Gramsci, prima della rivoluzione

Articolo di Guido Liguori

«In dieci anni di giornalismo io ho scritto tante righe da poter costituire 15 o 20 volumi di 400 pp., ma essi erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata». Queste parole di Antonio Gramsci del 1931, che fortunatamente non hanno avuto seguito, tornano alla mente davanti al ponderoso volume della “edizione nazionale” dedicato ai suoi Scritti 1910-1916 (a cura di Giuseppe Guida e Maria Luisa Righi, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2019, pp. XXXIII-1015, 70 euro, comprese le spese di spedizione).

ERA GIÀ USCITO nel 2015 il secondo volume degli Scritti, a cura di Leonardo Rapone, dedicato al 1917, un anno decisivo, l’anno della rivoluzione. Qui possiamo seguire invece gli esordi di Gramsci, la cui prima forma di militanza socialista fu proprio quella del giornalismo di partito: «La nostra qualità di giornalisti non c’entra affatto; siamo soprattutto socialisti – scrive l’otto giugno 1916 –, e l’attività che ora diamo al giornale è una parentesi, non un programma per l’avvenire».

È la terza edizione delle opere di Gramsci. Rispetto alle prime due, uscite da Einaudi negli anni ’50 e ’80, questa edizione degli “scritti giovanili” (Gramsci nel 1916 ha venticinque anni) si distingue per il riesame dei testi e delle attribuzioni e per l’apparato critico che li accompagna, molto superiore a quello delle edizioni precedenti.

Il problema delle attribuzioni nasce dal costume dei giornalisti socialisti di allora di non firmare gli articoli. Ciò ha provocato negli anni discussioni, errori, rettifiche. E forse ancora ne provocherà. Caprioglio, curatore della precedente edizione, aveva attribuito a Gramsci più scritti di quanti egli stesso ne avesse rivendicati pochi anni dopo, in una polemica del 1921.

DEI 374 ARTICOLI di questo volume (in realtà 401, poiché alcune brevissime di “cronaca teatrale” sono state accorpate), uno solo è firmato Gramsci: il più noto e controverso, apparso nell’ottobre 1914 sul Grido del popolo, settimanale dei socialisti torinesi, come interpretazione da sinistra della scelta anti-neutralista di Mussolini, ancora dirigente degli intransigenti del Psi. Prima di tale intervento, il volume presenta – oltre a quattro temi scolastici del 1910, tre dei quali inediti – l’unico articolo scritto in Sardegna durante il liceo e due del Corriere universitario del 1913. Dal novembre 1915 al dicembre 1916, solo una dozzina di scritti sono firmati con pseudonimi o sigle riconducibili a Gramsci. Molti gli articoli dunque che, rispetto alle edizioni passate, non troveremo in questo volume perché non più attribuiti all’autore, solo in parte bilanciati da nuove attribuzioni, molte di cronache teatrali e musicali, una scelta soprattutto dovuta a Luisa Righi, che da anni studia con accuratezza il Gramsci di questi anni e la redazione dell’Avanti! in cui lavorò.

IL GIOVANE SARDO viene assunto come giornalista alla fine del 1915. L’intervento in appoggio a Mussolini non aveva impedito la scelta, un anno di riflessioni e ripensamenti lo aveva certo riavvicinato al partito. L’incarico – per cui rinunciò al lavoro meglio retribuito in una scuola di provincia – fu forse dovuto all’amico Tasca. Si trattava di formare un piccolo gruppo che si occupasse a tempo pieno, oltre che del Grido, soprattutto della neonata pagina torinese dell’Avanti!, l’organo del Psi che si stampava a Milano. Essa uscì a partire dal 16 dicembre 1915. Nella redazione, oltre al caporedattore Giuseppe Bianchi (un moderato inviso al direttore Serrati, ma buon polemista e scrittore colto, con qualche tratto stilistico in comune con il giovane sardo: venne costretto alle dimissioni nel febbraio ’17 per il suo moderatismo), saranno l’intransigente Gramsci e il moderato Galetto a profondervi le energie maggiori.

Gli articoli gramsciani sul Grido fino a tutto il 1916 sono una quarantina (per un quarto, pezzi già apparsi sul quotidiano), e un solo suo articolo appare sul bollettino dell’Alleanza cooperativa. Tutti gli altri attribuiti a Gramsci compaiono sull’Avanti! Di essi la maggior parte sono scritti nelle rubriche Sotto la Mole (corsivi di cronaca e polemica politica per di più cittadina) e Teatri, dove troviamo – fatto per la prima volta evidenziato – molte cronache musicali: melodrammi, operette, musica sinfonica. Gramsci mostra invece di non apprezzare il cinema (che «sta ammazzando il teatro»), anche se non manca di andare a vedere «le films» proiettate a Torino.

GRAMSCI SCRIVE molti articoli di cronaca e polemica culturale e politica, a volte ospitati dalle pagine nazionali. Le riflessioni più ampie appaiono sul Grido, e ancora oggi sono le più note. Sull’Avanti! invece conduce quotidianamente una guerriglia da giornale di opposizione, in tempi difficili come quelli segnati dalla guerra, dalla repressione e dalla censura: contro le forze dell’ordine che vessano i socialisti; contro il «fascio interventista» e i nazionalisti che alimentano ridicoli atteggiamenti antitedeschi; contro gli ex-socialisti o anarchici schieratisi per la guerra; contro l’interventismo democratico, anche perché della democrazia Gramsci ha una pessima opinione, influenzato da Sorel (è per la guerra di movimento, potremmo dire, il «colpo di mazza, non lo sgretolamento paziente e metodico», come scrive il 13 luglio); contro il sindaco giolittiano Teofilo Rossi (detto «Aria ai monti»), prono ai nuovi poteri rappresentati da Salandra; contro le ruberie in occasione dell’Esposizione internazionale.

IL RICHIAMO ai valori dell’internazionalismo sono frequenti («l’unificazione di tutti i proletari del mondo, supera la nazione»), la «patria» è dei nazionalisti, è un concetto che i proletari non hanno («ecco perché parliamo tanto di umanità e vogliamo l’Internazionale», scrive il 3 novembre). Già noti sono i motivi, pure presenti, dell’antievoluzionismo o, sul piano economico, dell’antiprotezionismo ereditato da Salvemini.

SUPERIORE a ogni aspettativa è la polemica contro il cattolicesimo, una «stregoneria» contro la quale evoca persino Pietro l’Aretino e le sue «pasquinate». E se la religione è «un bisogno dello spirito», «il socialismo – scrive il 22 maggio – è precisamente la religione che deve ammazzare il cristianesimo. Religione nel senso che è anch’esso una fede… perché ha sostituito nelle coscienze al Dio trascendentale dei cattolici la fiducia nell’uomo e nelle sue energie migliori come unica realtà spirituale». Persino sulla pace «la posizione dei cattolici è in antitesi stridente con la nostra».

Questo volume, dedicato agli scritti gramsciani «prima della rivoluzione», è molto utile. Non è però di facile reperimento, al pari degli altri di questa “edizione nazionale”: sia per il prezzo dei volumi (60 euro a tomo: ne sono usciti otto, e saranno alla fine varie decine), sia per una distribuzione che non segue i normali canali librari. Forse si dovrebbe affiancare all’edizione cartacea un’edizione e-book, che potrebbe garantirne, con un costo contenuto, anche una diffusione più larga. Per Gramsci sarebbe un bene.

 

Pubblicato il 6 Luglio 2020 sul manifesto